Ultimamente si è parlato di un introduzione del “salary cap” anche per il beneamato calcio nostrano. In questo post voglio perciò brevemente mostrare in cosa consiste il tetto per gli ingaggi, e come questo viene applicato nel mondo della pallacanestro professionistica americana.
Al fine di garantire una equa distribuzione di talento in tutta la Lega, e favorire quindi la competitività delle franchige, la NBA fissa un tetto massimo per gli stipendi dei giocatori. Superato tale limite, la società (nel regime di “soft salary cap” vigente nella NBA) è costretta a pagare alla Lega una “luxury tax”, ovvero il corrispettivo dell’eccesso di stipendi, che sarà suddivisa tra tutte le franchige che rispettano il tetto.
Un esempio tratto direttamente dagli ultimi giorni di mercato è quello derivato dall’acquisizione di Jason Kidd da parte dei Dallas Mavs. Con l’ingaggio dell’All-star in uscita dai Nets, i Mavs si trovano per quest’anno con un monte salari di 102 milioni di dollari.
Stimando quindi il tetto a 60 milioni di dollari (il 51% dell afflusso di denaro all’NBA) i Mavs saranno costretti a pagare 102-60=42 milioni di $ di luxury tax da suddividere tra le società “rispettose”, oltre chiaramente agli ingaggi dei giocatori.
Cosa garantisce tutto ciò? Innanzitutto una equa distribuzione dei giocatori migliori, o perlomeno di quelli che guadagnano di più. Inoltre, non potendo firmare nuovi contratti, le squadre che superano il cap non hanno possibilità di acquisire nuovi giocatori fuori contratto (i “free agent”), con una conseguente mancanza di rinnovamento del team.
Il regolamento prevede poi una lunghissima serie di eccezioni, per le quali rimando a questo chiarissimo sito.
Chissà come funzionerebbe un modello simile nel calcio italiano. Inter, Juventus e Milan sarebbero costrette a pagare milioni di Euro che andrebbero direttamente nelle casse di Siena, Catania e Reggina, che proprio grazie a questi fondi potrebbero firmare contratti con Ibrahimovic, Kakà o Trezeguet, finendo forse per vincere qualche trofeo, per poi vedere ribaltate le posizioni.
A pensarci bene, l’idea neppure mi dispiace.
Best in West
Aprile 2, 2008Gli Hornets guardano tutti da lassù in cima. Nella stagione più pazza e interessante degli ultimi 10 anni nella Western Conference, i migliori sono proprio i ragazzi di New Orleans. Meglio degli Spurs di Duncan-Parker-Ginobili. Meglio dei Lakers di Kobe-Odom-Gasol. Meglio di Phoenix. Semplicemente meglio di tutti.
Poche gare separano le contendenti dai playoff, e gli Hornets iniziano a sentire il fiato sul collo dei campioni in carica di coach Gregg Popovich, reduci da una striscia aperta di 8 W. Certamente sono l’accoppiamento da sogno in post-season per le 3 in lotta per il 7°-8° posto nella griglia. Denver, Dallas e Golden State se potessero scegliere certamente opterebbero per i ragazzi di Byron Scott: poca esperienza nei momenti importanti, poca tutela arbitrale quando il nome conta.
I ragazzi però non si fanno intimorire, e a 9 gara dal termine della regular season si mantengono saldi al primo posto. Poco importa che qualcuno li consideri ancora oggi come una formazione non da playoff. Grazie a Chris Paul, auteorevole candidato all’MVP stagionale, all’esperienza di David West, a un ritrovato Chandler, alle triple di Peja Stojakovic, sognare a New Orleans non è vietato.
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